lunedì 24 giugno 2019

La Campagna di Donne Insieme Valdelsa per il 5X1000

Nelle ultime settimane i volti delle donne dell'artista Don Manuel Bueno Martire (https://bit.ly/303rSYn) ci hanno accompagnato sulla nostra pagina Facebook (Donneinsiemevaldelsa).


Ve le riproponiamo tutte insieme in questo articolo, salvatele, condividetele, aiutateci a diffondere il nostro messaggio per la libertà delle donne contro la violenza

Il nostro è un lavoro quotidiano che facciamo grazie alle tante volontarie e al vostro sostegno. Crediamo che l'arte sia la forma d'espressione più alta per aiutarci a veicolare il nostro messaggio come Associazione e come donne. 

Vi ricordiamo che per sostenere i nostri progetti e le nostre campagne di sensibilizzazione potete donare il vostro 5X1000 a Donne Insieme Valdelsa con la dichiarazione dei redditi, sul modello 730, sull'Unico o sul CUD, firmando nello spazio riservato alle onlus (in alto a sinistra) e inserendo il codice fiscale di Donne Insieme Valdelsa: 91016590522. 









lunedì 13 maggio 2019

DONA IL TUO 5X1000 A DONNE INSIEME VALDELSA 



Dona il 5X1000 a Donne Insieme Valdelsa. Insieme possiamo crescere e aiutare le donne vittime di violenza. Il tuo contributo sosterrà i nostri progetti. Per la campagna di quest’anno ci siamo avvalse della collaborazione dell’artista Don Manuel Bueno Martire, che ha realizzato per noi 5 collage - Ritratti di donna:

“Da pochi ritagli di riviste di moda, dai ritratti femminili di donne senza volto, dalle pose plastiche nelle quali sono costrette per biechi fini commerciali, nascono questi collage. Questi ritratti riflettono sulla piatta femminilità imposta dai grandi marchi come modello di bellezza, da raggiungere e a cui aspirare, nel tentativo di restituire alle donne la loro innata fantasia. Così dai loro volti a metà esplodono coreografie colorate, forme libere e sogni meravigliosi, nella speranza di poter riscrivere almeno in parte il loro lato magico e misterioso.” 

Seguiteci sulla nostra pagina Facebook per vederli tutti! 
Tutti possono destinare il 5X1000 all’Associazione Donne Insieme Valdelsa: con la dichiarazione dei redditi, sul modello 730, sull'Unico o sul CUD, firma nello spazio riservato alle onlus (in alto a sinistra) e inserisci il codice fiscale di Donne Insieme Valdelsa: 91016590522. 

Anche il passaparola può fare molto: invita amici e parenti a destinare il loro 5X1000 all’Associazione Donne Insieme Valdelsa: è semplicissimo e non costa nulla!

mercoledì 20 marzo 2019

Contro il Revenge Porn: voi non ci fate paura! Nove consigli per le ragazze ricattate 


(Da Blog di Eretica www.ilfattoquotidiano.it)

Abbiamo un problema. Si chiama Revenge Porn. Non è un reato ma potrebbe diventarlo (solo se i politici lo volessero). Si tratta di un fenomeno che coinvolge centinaia di ragazze e donne che scoprono di essere state tradite da persone alle quali avevano affidato foto, video, audio con riferimenti espliciti al sesso. Il punto è che il sexting (parlare-di/vivere la propria sessualità online) non è reato. Chi lo fa sappia che non deve vergognarsi di nulla e non deve sentirsi in colpa per questo. Abbiamo tutt* scambiato messaggi e immagini erotiche con qualcun@. Non c’è niente di male, davvero. Quello che non va bene è la violazione della nostra privacy, la sistematica diffamazione che criminalizza la sessualità femminile, il ricatto, le minacce e l’estorsione di chi chiede incontri o prestazioni e se non fai quello che ti viene richiesto allora vedrai le tue immagini online. 


Non va bene la persecuzione, il cyberstalking di chi ti infanga e sminuisce tutto di te. Non va bene il cyberbullismo e l’istigazione al suicidio (vedi Tiziana Cantone e altre che si sono suicidate per aver subito tutto questo). Non va bene neppure l’indifferenza, le risatine, la totale inettitudine di chi vede queste foto e non dice o non fa niente per mostrare disapprovazione. Non va bene che gli uomini facciano branco e che siano complici silenziosi di questo insieme di stupri virtuali. Tutto ciò è violenza e ha degli effetti gravissimi sulle vite delle vittime. Ci sono perfino casi di ragazze che non solo vedono il proprio materiale online ma addirittura devono subire le azioni di sciacalli (inclusi certi media nazionali) che usano quel materiale per farne intrattenimento pubblico e riderne. Ed ecco che quel materiale diventa ancora più virale, c’è gente che vuole conoscere l’identità delle ragazze. Infine le scoprono. Si aggrava la persecuzione e la faccenda continua tra le risate generali. 

Quello di cui bisognerebbe rendersi conto è che non c’è niente da ridere e dunque ecco alcuni consigli, suggerimenti per le ragazze e le donne la cui storia personale diventa parte di un catalogo utile a maschi molesti. 



1. Non fatevi prendere dallo sconforto. Non siete sole. Siamo in tante, possiamo sostenerci a vicenda. Non fatevi distruggere da questo. 

2. Non lasciatevi minacciare e ricattare da ex, conoscenti, sconosciuti. A loro non dovete niente. Se dicono che pubblicheranno la vostra foto nel caso in cui voi non accettate di incontrarli allora interrompete subito ogni rapporto con loro. Bannateli senza pietà

3. Stampate minacce, materiale diffamatorio, frasi ingiuriose e persecutorie e rivolgetevi al centro antiviolenza più vicino. Sono diffusi in tutto il territorio nazionale e potete contattare quello più vicino a voi. Diversamente contattate un avvocato, rivolgetevi alla Polizia Postale e denunciate tutto.

4. Un uomo che minaccia, vi perseguita online è passibile di denuncia per stalking. Chi parla male di voi rischia la denuncia per ingiuria e diffamazione. Ricordatevelo. In attesa di una legge che punisca il revenge porn comunque sappiate che minacce, persecuzioni, ingiurie e diffamazioni costituiscono reato. 

5. Se siete minorenni e lui minaccia di pubblicare le vostre foto è passibile di denuncia per possesso e diffusione di materiale pedopornografico. È lui che deve aver paura e non voi

6. Se vi minaccia, vi perseguita, vi diffama attraverso un profilo fake non importa. Cyberstalker e cyberbulli si connettono e postano attraverso un Ip che corrisponde ad un vero e proprio indirizzo digitale. Sono rintracciabili

7. Se le vostre foto (video o audio) vengono messe online non vergognatevi di niente. Voi non avete alcuna colpa. Ricordate che tutte abbiamo consegnato foto intime a qualcuno perché il sexting non è un reato. Minacce, diffamazioni e persecuzioni invece lo sono.

8. Se qualcuno pubblica la vostra foto ditelo alla community di Abbatto i Muri (scriveteci su abbattoimuri@gmail.com) e noi accompagneremo quella foto con le nostre immagini “hot”. Non siete sole. Non vergognatevi. Non sentitevi in colpa. Avete il diritto di mostrare il vostro corpo quando e come volete. Avete il diritto di vivere la vostra sessualità come volete. Quello che importa è il vostro consenso. Perché nessuno ha il diritto di rubare la vostra serenità e di ricattarvi per questo.

9. A tutti gli stronzi che continuano a fare collezione di audio/video/foto di ragazze e donne da minacciare, ricattare, perseguitare, indurre al suicidio (avviene), far vergognare, colpevolizzare: stiamo arrivando. Siamo in tante e quello che fate non passerà più inosservato. Nessuno può più proteggervi perché noi rivendichiamo nudità e sessualità e non ci fate paura.

martedì 12 marzo 2019

Ciao Anna Costanza...

Le donne del coordinamento dei centri antiviolenza toscani TOSCA esprimono il proprio cordoglio per la perdita di Anna Costanza Baldry, una donna, una sorella, che ha sempre lavorato con e per le vittime di violenza e da cui abbiamo imparato molto.

La ricorderemo in ogni nostra azione quotidiana forti di ciò che ci ha dato con il suo lavoro ed il suo impegno. 

Ciao Anna, amica, donna, sorella.

Anna Costanza Baldry (photo tratta da www.direcontrolaviolenza.it) 

venerdì 8 marzo 2019

Oggi più che mai l’8 marzo è giornata di lotta




Le libertà delle donne sono messe in pericolo, ogni giorno. Libertà delle scelte e libertà dei corpi stanno tornando a essere oggetto di attacchi patriarcali e sessisti. Le proposte di legge e le dichiarazioni di rappresentanti delle istituzioni contro diritti che pensavamo acquisiti e certi devono farci alzare la guardia. La cultura sessista e misogina ostacola l’applicazione della Convenzione di Istanbul e fa sì che le donne siano giudicate non credibili quando denunciano la violenza subita, di cui sono ritenute responsabili. 

Disegni di Legge come quello proposto dal senatore Pillon, mettono a rischio la libertà di tutti, ma fanno correre il rischio di perdere la vita alle donne che vivono una relazione violenta: l’obbligo di mediazione rende più complicato interrompere una convivenza, i tempi per arrivare alla separazione si allungano aumentando l’esposizione alla violenza; l’obbligo di mediazione impone alla donna di discutere le sue scelte con il maltrattante, cosa che potrebbe risultare fatale: l’esperienza insegna che è proprio quando una donna decide di lasciare l’uomo violento che aumentano i rischi per la sua vita

Questo disegno di legge è punitivo verso le donne madri e le discrimina: il cosiddetto mantenimento diretto presume che ciascun genitore sia nella condizione di dare al figlio pari tenore di vita. Non è così, visto che sono le donne a lasciare il lavoro quando nasce un figlio e sono loro a subire uno stop forzato della carriera, con evidenti conseguenze economiche; la donna che denuncia di subire violenza e chiede l’allontanamento di chi la agisce rischia di essere accusata di creare un “pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari”. In questo modo si scoraggia qualsiasi iniziativa di richiesta di intervento dell’autorità giudiziaria al fine di uscire dalla violenza. 

Anche senza il Ddl Pillon, di cui oltre 153.000 persone stanno chiedendo il ritiro con la petizione lanciata da D.i.Re, l’accesso alla giustizia per le donne vittime di violenza sta diventando sempre più problematico: in ambito civile è sempre più dannosa l’interpretazione della regolamentazione dell’affidamento dei figli e delle figlie nei casi di violenza. Tutto questo risponde a un contesto politico che presenta la donna come fattrice, ma non libera di scegliere se e quando essere madre. Prova ne è l’attacco alla legge 194 e all’autodeterminazione delle donne. Per questo, anche quest’anno, D.i.Re partecipa in prima linea alle manifestazioni del LottoMarzo che in Italia e nel mondo hanno l’obiettivo di svegliare le coscienze di tutta la società. 

LottoMarzo i centri antiviolenza D.i.Re riempiranno le piazze di tutta Italia insieme a Non una di meno.

venerdì 1 marzo 2019

Stop al ddl Pillon: ecco perché a Presa Diretta



Ne ha parlato Giulia Bosetti nella puntata di Presa Diretta del 28 gennaio 2019. Riportiamo qui l'articolo di commento alla trasmissione di Luisa Betti Dakli (donnexdiritti.com)

Ieri sera  (28 gennaio 2019 ndr) è stata data finalmente voce a quelle mamme che non si lamentano di dormire in macchina, che non rilasciano interviste per dire che vanno alla Caritas per mangiare, ma che hanno vissuto la tragedia di vedere i figli strappati dalle loro braccia e rinchiusi in casa famiglia per aver denunciato i propri partner per maltrattamenti o abusi in famiglia. Lo ha fatto Giulia Bosetti che nella sua inchiesta “Dio Patria Famiglia”, andata in onda ieri sera su Raitre a “Presa diretta” di Riccardo Iacona, fa un percorso a ritroso che partendo dal progetto di riforma della famiglia ideato e portato avanti dal senatore leghista Simone Pillon, insieme alle associazioni dei padri separati, arriva a quello che è il vero progetto di restaurazione che si propone di ripristinare “un ordine” in cui i princìpi della Chiesa cattolica diventino punti fondanti della politica, con l’effetto di uno smantellamento sistematico dei diritti, a partire da quelli delle donne.

Il video del servizio di Presa Diretta andato in onda il 28 gennaio 2019 

Un progetto in cui Lega Nord e l’estrema destra rappresentano il punto d’incontro più alto, in uno schieramento trasversale che ha già in sé il superamento dell’attuale alleanza di governo – tra Lega e il Movimento 5 stelle – in vista di una virata a destra molto più profonda che non si sta svolgendo solo in Italia ma in tutta Europa e nel mondo, con governi come quello polacco o ungherese, ma anche sul modello di Trump e del suo mentore Steve Bannon (ora a Roma per forgiare una nuova classe politica di destra in Italia con l’appoggio della Chiesa), o il novello presidente Bolsonaro in Brasile. Uno dei sintomi più forti di questa virata che mette al centro i valori della cristianità come baluardi di una politica di restaurazione – non meno pericolosamente di quello che fa la sharia in alcuni paesi islamici invisi a questi stessi gruppi politici – è l’attacco ai diritti e all’autodeterminazione delle donne che vediamo srotolarsi con vecchi copioni in luoghi, come l’Italia, dove all’attacco all’interruzione volontaria di gravidanza regolata dalla legge 194, si aggiunge una continua minimizzazione della violenza maschile sulle donne, soprattutto quella domestica (la famiglia non si tocca anche se ci scappa la morta), e l’attacco a sfere private come la decisione di chiudere una relazione con un divorzio (che è un diritto), fino alla riabilitazione del pieno potere maschile nei confronti della “propria” donna e di quella prole che lei ha procreato per lui.

Quello che in poche parole può essere riassunto come il tentativo di un totale ripristino della patria potestà, cancellata da tempo dal nostro ordinamento, con la ricomposizione della famiglia tradizionale in cui non solo ci sia un uomo e una donna, ma in cui l’uomo sia padrone totale e incondizionato sia della moglie, che sta a casa a svolgere lavori domestici, riproduttivi e di cura, sia dei figli che in ogni modo dovranno essere sottomessi al volere del padre-padrone, anche se violento e abusante, in quello che sembra un ritorno al Medio Evo. Cose dell’altro mondo che invece prendono corpo nell’analisi puntuale che Giulia Bosetti fa del disegno di legge 735 proposto da Pillon in senato, in cui ai bambini verrebbero imposti padri anche abusanti e maltrattanti grazie agli articoli 11 e 12 dell’articolato, ma nei racconti delle madri alle quali finora non era stata data voce e che invece raccontano storie agghiaccianti di sottrazione dei propri figli in nome di malattie e teoria inesistenti. Donne alle quali è stato portato via il diritto di crescere i propri figli senza accuse fondate sui fatti, ma perché accusate di patologie come isterismo o morbosità, oppure stigmatizzate attraverso l’alienazione parentale, con Ctu (Consulenze tecniche d’ufficio) su cui troppo spesso si basano i giudici senza approfondire le circostanze reali di vita dei bambini, diventando complici di una scuola che ormai con questi concetti ha creato un business tra psicologi, psichiatri e avvocati compiacenti con padri spesso abusanti o maltrattanti che vogliono farla pagare a quelle mogli che si sono ribellate al loro giogo, andando via e denunciandoli.

Una sindrome inesistente, la Pas (Parental Alienation Syndrome), mai dimostrata e partorita dalla mente di uno psichiatra americano, Richard Gardner, che teorizzava come normale la pedofilia, e che silenziosamente si è inserita nelle aule di tribunale e che da anni toglie a molti bambini la possibilità di crescere con la propria madre. Attraverso un ribaltone degno della commedia dell’arte, Bosetti svela come dietro quel lamento dei padri separati che rivendicano il diritto di vedere i propri bambini tenuti segregati da madri malevoli, si nasconda invece una grave violazione per cui, in nome di una patria potestà reclamata a gran voce, sta diventando consuetudine nei tribunali togliere i minori alle madri (cosa che prima della legge sull’affido sembrava impossibile in Italia), collocandoli in casa famiglia o direttamente dal padre rifiutato, anche in presenza di abusi e violenze condannati in penale, e questo perché la madre, nel momento in cui allerta su una violenza, in realtà mente e parla male del padre manipolando così il bambino. E senza indagare se quelle accuse siano davvero prive di fondamento o meno, forze dell’ordine e assistenti sociali si presentano a casa o a scuola, per prelevare forzosamente questi minori. Come sottolinea il giudice del tribunale di Milano, Francesco Roia, nella sua intervista, la violenza domestica in Italia non solo non è riconosciuta ma il dialogo tra tribunale penale, che condanna i maltrattamenti, e il civile, che decide l’affido condiviso, sembra inesistente. E questo grazie a Ctu su cui appunto troppi giudici si basano per togliere i figli al genitore accudente, quasi sempre la madre, accusata di parlare male dell’altro genitore anche, e soprattutto, se questo è accusato di violenza domestica. La dottoressa Serenella Pignotti e l’avvocato Andrea Coffari ci accompagnano nel tunnel dell’orrore spiegando cosa c’è dietro le storie di quella mamma che si è vista strappare le bambine fuori dalla scuola, e dietro quella mamma alla quale i servizi sociali hanno detto che i suoi figli si sarebbero dovuti scordare della madre: un costrutto che da anni sconvolge la vita di questi bambini e su cui non solo ancora nessuna autorità è intervenuta ma addirittura la si vuole introdurre in una legge dello Stato, dimostrando aspetti persecutori e punitivi verso le mamme e le donne che si ribellano al padre-padrone.

La tragedia di Antonella Penati, che si è vista uccidere il figlio Federico in una struttura protetta da quel padre che lei stessa aveva denunciato perché non creduta dai servizi che l’avevano bollata come “esagerata” e “alienante”, è la punta di un iceberg dove la parola della donna non conta e dove è lei la responsabile del rifiuto del bambino e quindi da punire: una grave rivittimizzazione che permette che questi bambini vengano uccisi senza che questo porti i giudici a riflettere sulle sentenze che emettono. Un circo degli orrori che diventerebbe un inferno in Terra nel caso in cui il ddl Pillon, che disciplina queste eventualità negli articoli 17 e 18, diventasse legge. Emblematici a questo proposito sono, nell’inchiesta, le parole di chi ha contribuito a scrivere questo progetto di legge e che da anni si dà da fare in parlamento: il pediatra, nonché padre separato, Vittorio Vezzetti, che in una breve comparsa praticamente cancella il femminicidio e lo bolla come un fenomeno irrisorio nel nostro Paese (dove una donna viene uccisa ogni due giorni e 7 milioni subiscono violenza con un sommerso del 93%), ma soprattutto il neuropsichiatra infantile Giovanni Camerini che senza battere ciglio conferma che i danni teorici che deriverebbero dalla Pas sono sempre più gravi del danno reale che si fa a un bambino allontanandolo dal genitore accudente, e mette a punto un colpo da maestro, trasformando in due battute quella che è partita nel 1985 come sindrome – poi diventata semplice alienazione parentale in quanto indimostrabile e rifiutata dalla comunità scientifica – a semplici condotte comportamentali che possiamo chiamare come ci pare: una cosa vaga su cui lui e i suoi amici manderebbero la gente in galera, in quanto valutata come vera violenza a differenza di quella denunciata dalle donne che invece sarebbero tutte false accuse.

Un leitmotiv confermato da Vincenzo Spavone, presidente della GESEF – una delle prime associazioni di padri separati – che nell’inchiesta di Bosetti nega il femminicidio e dichiara apertamente che la violenza domestica “ha le chiavi di casa e porta i tacchi a spillo”: gravissime affermazioni (contestate anche nel video) in netto contrasto con i dati Istat e con le indagini della Nazioni Uniti che, tra l’altro, hanno già criticato e chiesto chiarimenti all’Italia sul DDL Pillon per le possibili violazioni dei principi sottoscritti dall’Italia in diverse convenzioni internazionali sui diritti umani. Ma chi sono veramente gli estensori di questa proposta di legge e le associazioni che cercano di far diventare legge l’alienazione parentale, che tra tutti i punti del DDL 735 è quello a cui mirano in maniera inesorabile da anni? E quale legame hanno queste persone con chi ha usato in Italia la Pas per scagionare uomini accusati di pedofilia? E cosa si cela dietro l’attacco all’autodeterminazione delle donne a partire dalla costrizione a procreare fino alla sottomissione totale in una famiglia dove il capo è inequivocabilmente il maschio e i figli sono di sua proprietà? E che legame c’è tra il sovranismo e l’attacco ai diritti delle donne? Per approfondire queste domande, rimando alla mia inchiesta su Micromega uscita nel mese di Novembre.

lunedì 3 dicembre 2018

Infanzia: Artemisia, il maltrattamento di Stato rende invisibili i minori 


In questo 20 Novembre 2018, Giornata Internazionale che celebra i Diritti delle bambine e dei bambini, vogliamo provare a riflettere sul lavoro che svolgiamo da 25 anni accanto a donne, bambine e bambini, ragazze e ragazzi vittime di violenza intrafamiliare e ad adulti vittime di violenze durante l’infanzia o l’adolescenza. Vogliamo riconoscere come troppo spesso questo lavoro prenda la forma di uno slalom tra le follie istituzionali e ingiustizie compulsive che costituiscono forme di vero maltrattamento istituzionale quando lo Stato, che interviene (o tarda a intervenire) a proteggere, finisce per danneggiare ancora una volta. Come il persecutore fa con la sua vittima, l’Istituzione nel maltrattamento Istituzionale conferma la sensazione delle vittime, in particolare i minorenni, di essere trasparenti e invisibili.

Le scorse settimane ci hanno visto in piazza insieme alle tante donne e ai tanti uomini che ritengono il Ddl Pillon, documento indegno di un paese civile e gravemente lesivo dei diritti di donne, bambini e uomini perbene. Le norme proposte violano la Convenzione sui Diritti del Fanciullo ratificata dal nostro paese sin dal 1991 perché negano di fatto il diritto di ogni bambino a essere protetto da ogni forma di violenza, allorché, ad esempio, il Ddl modifica il significato del reato di maltrattamenti familiari rendendo quasi impossibile dimostrare la natura continuativa dello stesso e impone indiscriminatamente la mediazione a tutte le coppie in separazione senza tenere conto dell’inappropriatezza dello strumento nelle situazioni caratterizzate da violenza domestica, come sancito peraltro dalla convenzione di Istanbul, anche questa ratificata dall’Italia. Un Ddl che annienta il diritto del bambino ad essere ascoltato quando fa riferimento a quelle situazioni in cui il figlio manifesta il rifiuto di vedere un genitore, le legge in automatico come il frutto di una manipolazione da parte dell’altro genitore per il quale prevede sanzioni senza appello, “pur in assenza di evidenti condotte”. E nel farci parte delle celebrazioni per la giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, vogliamo ricordare i tanti bambini uccisi con le loro madri o orfani di femminicidio. Ogni omicidio testimonia la debolezza della rete formale di aiuto, lo scarso sostegno che le donne ricevono nel loro ambiente di vita e anche da parte dei servizi, l’incapacità a rilevare tempestivamente i segnali della violenza domestica nei comportamenti dei bambini, e a intervenire correttamente per proteggere.



Vogliamo ricordare le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi vittime di violenza sessuale, che ancora oggi devono attraversare le forche caudine di procedure e procedimenti ben poco adatti a loro e nei quali sono esposti ad ascolti ripetuti, alla lunghezza dei procedimenti e alla difficoltà di poter avere accesso a cure psicologiche per provare ad avviare la rielaborazione del trauma. Il nostro impegno ci porta da sempre anche ad affiancare adulti sopravvissuti a gravi e prolungate violenze durante l’infanzia e l’adolescenza: un lavoro importante che ci aiuta a vedere gli esiti a lungo termine dei traumi infantili e a migliorare gli interventi diretti con i bambini/e.



Vogliamo oggi ricordare l’incontro con quei bambini e quelle bambine, oggi adulti, collocati e abbandonati dentro la setta Forteto proprio da quelle Istituzioni che erano intervenute a proteggerli. Questo incontro ci ha consentito di essere testimoni privilegiate di incredibili forme di resilienza individuale e ci richiama con forza tutti a riconoscere le molte e diverse responsabilità. Al suo interno il sistema della setta ha prodotto un’ampia e complessa gamma di ruoli per gli adulti che ne furono coinvolti: molti di coloro che contribuirono a costruire quel sistema, ne fecero parte e vi collusero attivamente, oggi hanno aperto gli occhi e hanno iniziato a riconoscere il loro errore, le loro responsabilità e a prendere le distanze; altri invece ancora oggi non hanno preso le distanze dalle dinamiche coercitive e di manipolazione, oltre che di maltrattamenti e abusi, che hanno caratterizzato la setta fin dal suo inizio. All’esterno, come abbiamo detto e scritto tante volte, la vicenda de Il Forteto si costruisce su un cumulo di complicità, connivenze e menzogne, che in parte persistono anche oggi, e sulle quali il sistema delle Istituzioni e dei Servizi dovrebbe ancora interrogarsi, per assumersi adeguatamente le proprie responsabilità. Rimangono poi i silenti, quei tanti soggetti che furono attivamente complici, ma sono rimasti nell’ombra e, in assenza di elaborazione consapevole, potrebbero essere ad alto rischio di commettere ancora maltrattamento istituzionale e compiere i medesimi errori professionali e umani con i bambini con i quali ancora oggi lavorano.