martedì 12 marzo 2019

Ciao Anna Costanza...

Le donne del coordinamento dei centri antiviolenza toscani TOSCA esprimono il proprio cordoglio per la perdita di Anna Costanza Baldry, una donna, una sorella, che ha sempre lavorato con e per le vittime di violenza e da cui abbiamo imparato molto.

La ricorderemo in ogni nostra azione quotidiana forti di ciò che ci ha dato con il suo lavoro ed il suo impegno. 

Ciao Anna, amica, donna, sorella.

Anna Costanza Baldry (photo tratta da www.direcontrolaviolenza.it) 

venerdì 8 marzo 2019

Oggi più che mai l’8 marzo è giornata di lotta




Le libertà delle donne sono messe in pericolo, ogni giorno. Libertà delle scelte e libertà dei corpi stanno tornando a essere oggetto di attacchi patriarcali e sessisti. Le proposte di legge e le dichiarazioni di rappresentanti delle istituzioni contro diritti che pensavamo acquisiti e certi devono farci alzare la guardia. La cultura sessista e misogina ostacola l’applicazione della Convenzione di Istanbul e fa sì che le donne siano giudicate non credibili quando denunciano la violenza subita, di cui sono ritenute responsabili. 

Disegni di Legge come quello proposto dal senatore Pillon, mettono a rischio la libertà di tutti, ma fanno correre il rischio di perdere la vita alle donne che vivono una relazione violenta: l’obbligo di mediazione rende più complicato interrompere una convivenza, i tempi per arrivare alla separazione si allungano aumentando l’esposizione alla violenza; l’obbligo di mediazione impone alla donna di discutere le sue scelte con il maltrattante, cosa che potrebbe risultare fatale: l’esperienza insegna che è proprio quando una donna decide di lasciare l’uomo violento che aumentano i rischi per la sua vita

Questo disegno di legge è punitivo verso le donne madri e le discrimina: il cosiddetto mantenimento diretto presume che ciascun genitore sia nella condizione di dare al figlio pari tenore di vita. Non è così, visto che sono le donne a lasciare il lavoro quando nasce un figlio e sono loro a subire uno stop forzato della carriera, con evidenti conseguenze economiche; la donna che denuncia di subire violenza e chiede l’allontanamento di chi la agisce rischia di essere accusata di creare un “pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari”. In questo modo si scoraggia qualsiasi iniziativa di richiesta di intervento dell’autorità giudiziaria al fine di uscire dalla violenza. 

Anche senza il Ddl Pillon, di cui oltre 153.000 persone stanno chiedendo il ritiro con la petizione lanciata da D.i.Re, l’accesso alla giustizia per le donne vittime di violenza sta diventando sempre più problematico: in ambito civile è sempre più dannosa l’interpretazione della regolamentazione dell’affidamento dei figli e delle figlie nei casi di violenza. Tutto questo risponde a un contesto politico che presenta la donna come fattrice, ma non libera di scegliere se e quando essere madre. Prova ne è l’attacco alla legge 194 e all’autodeterminazione delle donne. Per questo, anche quest’anno, D.i.Re partecipa in prima linea alle manifestazioni del LottoMarzo che in Italia e nel mondo hanno l’obiettivo di svegliare le coscienze di tutta la società. 

LottoMarzo i centri antiviolenza D.i.Re riempiranno le piazze di tutta Italia insieme a Non una di meno.

venerdì 1 marzo 2019

Stop al ddl Pillon: ecco perché a Presa Diretta



Ne ha parlato Giulia Bosetti nella puntata di Presa Diretta del 28 gennaio 2019. Riportiamo qui l'articolo di commento alla trasmissione di Luisa Betti Dakli (donnexdiritti.com)

Ieri sera  (28 gennaio 2019 ndr) è stata data finalmente voce a quelle mamme che non si lamentano di dormire in macchina, che non rilasciano interviste per dire che vanno alla Caritas per mangiare, ma che hanno vissuto la tragedia di vedere i figli strappati dalle loro braccia e rinchiusi in casa famiglia per aver denunciato i propri partner per maltrattamenti o abusi in famiglia. Lo ha fatto Giulia Bosetti che nella sua inchiesta “Dio Patria Famiglia”, andata in onda ieri sera su Raitre a “Presa diretta” di Riccardo Iacona, fa un percorso a ritroso che partendo dal progetto di riforma della famiglia ideato e portato avanti dal senatore leghista Simone Pillon, insieme alle associazioni dei padri separati, arriva a quello che è il vero progetto di restaurazione che si propone di ripristinare “un ordine” in cui i princìpi della Chiesa cattolica diventino punti fondanti della politica, con l’effetto di uno smantellamento sistematico dei diritti, a partire da quelli delle donne.

Il video del servizio di Presa Diretta andato in onda il 28 gennaio 2019 

Un progetto in cui Lega Nord e l’estrema destra rappresentano il punto d’incontro più alto, in uno schieramento trasversale che ha già in sé il superamento dell’attuale alleanza di governo – tra Lega e il Movimento 5 stelle – in vista di una virata a destra molto più profonda che non si sta svolgendo solo in Italia ma in tutta Europa e nel mondo, con governi come quello polacco o ungherese, ma anche sul modello di Trump e del suo mentore Steve Bannon (ora a Roma per forgiare una nuova classe politica di destra in Italia con l’appoggio della Chiesa), o il novello presidente Bolsonaro in Brasile. Uno dei sintomi più forti di questa virata che mette al centro i valori della cristianità come baluardi di una politica di restaurazione – non meno pericolosamente di quello che fa la sharia in alcuni paesi islamici invisi a questi stessi gruppi politici – è l’attacco ai diritti e all’autodeterminazione delle donne che vediamo srotolarsi con vecchi copioni in luoghi, come l’Italia, dove all’attacco all’interruzione volontaria di gravidanza regolata dalla legge 194, si aggiunge una continua minimizzazione della violenza maschile sulle donne, soprattutto quella domestica (la famiglia non si tocca anche se ci scappa la morta), e l’attacco a sfere private come la decisione di chiudere una relazione con un divorzio (che è un diritto), fino alla riabilitazione del pieno potere maschile nei confronti della “propria” donna e di quella prole che lei ha procreato per lui.

Quello che in poche parole può essere riassunto come il tentativo di un totale ripristino della patria potestà, cancellata da tempo dal nostro ordinamento, con la ricomposizione della famiglia tradizionale in cui non solo ci sia un uomo e una donna, ma in cui l’uomo sia padrone totale e incondizionato sia della moglie, che sta a casa a svolgere lavori domestici, riproduttivi e di cura, sia dei figli che in ogni modo dovranno essere sottomessi al volere del padre-padrone, anche se violento e abusante, in quello che sembra un ritorno al Medio Evo. Cose dell’altro mondo che invece prendono corpo nell’analisi puntuale che Giulia Bosetti fa del disegno di legge 735 proposto da Pillon in senato, in cui ai bambini verrebbero imposti padri anche abusanti e maltrattanti grazie agli articoli 11 e 12 dell’articolato, ma nei racconti delle madri alle quali finora non era stata data voce e che invece raccontano storie agghiaccianti di sottrazione dei propri figli in nome di malattie e teoria inesistenti. Donne alle quali è stato portato via il diritto di crescere i propri figli senza accuse fondate sui fatti, ma perché accusate di patologie come isterismo o morbosità, oppure stigmatizzate attraverso l’alienazione parentale, con Ctu (Consulenze tecniche d’ufficio) su cui troppo spesso si basano i giudici senza approfondire le circostanze reali di vita dei bambini, diventando complici di una scuola che ormai con questi concetti ha creato un business tra psicologi, psichiatri e avvocati compiacenti con padri spesso abusanti o maltrattanti che vogliono farla pagare a quelle mogli che si sono ribellate al loro giogo, andando via e denunciandoli.

Una sindrome inesistente, la Pas (Parental Alienation Syndrome), mai dimostrata e partorita dalla mente di uno psichiatra americano, Richard Gardner, che teorizzava come normale la pedofilia, e che silenziosamente si è inserita nelle aule di tribunale e che da anni toglie a molti bambini la possibilità di crescere con la propria madre. Attraverso un ribaltone degno della commedia dell’arte, Bosetti svela come dietro quel lamento dei padri separati che rivendicano il diritto di vedere i propri bambini tenuti segregati da madri malevoli, si nasconda invece una grave violazione per cui, in nome di una patria potestà reclamata a gran voce, sta diventando consuetudine nei tribunali togliere i minori alle madri (cosa che prima della legge sull’affido sembrava impossibile in Italia), collocandoli in casa famiglia o direttamente dal padre rifiutato, anche in presenza di abusi e violenze condannati in penale, e questo perché la madre, nel momento in cui allerta su una violenza, in realtà mente e parla male del padre manipolando così il bambino. E senza indagare se quelle accuse siano davvero prive di fondamento o meno, forze dell’ordine e assistenti sociali si presentano a casa o a scuola, per prelevare forzosamente questi minori. Come sottolinea il giudice del tribunale di Milano, Francesco Roia, nella sua intervista, la violenza domestica in Italia non solo non è riconosciuta ma il dialogo tra tribunale penale, che condanna i maltrattamenti, e il civile, che decide l’affido condiviso, sembra inesistente. E questo grazie a Ctu su cui appunto troppi giudici si basano per togliere i figli al genitore accudente, quasi sempre la madre, accusata di parlare male dell’altro genitore anche, e soprattutto, se questo è accusato di violenza domestica. La dottoressa Serenella Pignotti e l’avvocato Andrea Coffari ci accompagnano nel tunnel dell’orrore spiegando cosa c’è dietro le storie di quella mamma che si è vista strappare le bambine fuori dalla scuola, e dietro quella mamma alla quale i servizi sociali hanno detto che i suoi figli si sarebbero dovuti scordare della madre: un costrutto che da anni sconvolge la vita di questi bambini e su cui non solo ancora nessuna autorità è intervenuta ma addirittura la si vuole introdurre in una legge dello Stato, dimostrando aspetti persecutori e punitivi verso le mamme e le donne che si ribellano al padre-padrone.

La tragedia di Antonella Penati, che si è vista uccidere il figlio Federico in una struttura protetta da quel padre che lei stessa aveva denunciato perché non creduta dai servizi che l’avevano bollata come “esagerata” e “alienante”, è la punta di un iceberg dove la parola della donna non conta e dove è lei la responsabile del rifiuto del bambino e quindi da punire: una grave rivittimizzazione che permette che questi bambini vengano uccisi senza che questo porti i giudici a riflettere sulle sentenze che emettono. Un circo degli orrori che diventerebbe un inferno in Terra nel caso in cui il ddl Pillon, che disciplina queste eventualità negli articoli 17 e 18, diventasse legge. Emblematici a questo proposito sono, nell’inchiesta, le parole di chi ha contribuito a scrivere questo progetto di legge e che da anni si dà da fare in parlamento: il pediatra, nonché padre separato, Vittorio Vezzetti, che in una breve comparsa praticamente cancella il femminicidio e lo bolla come un fenomeno irrisorio nel nostro Paese (dove una donna viene uccisa ogni due giorni e 7 milioni subiscono violenza con un sommerso del 93%), ma soprattutto il neuropsichiatra infantile Giovanni Camerini che senza battere ciglio conferma che i danni teorici che deriverebbero dalla Pas sono sempre più gravi del danno reale che si fa a un bambino allontanandolo dal genitore accudente, e mette a punto un colpo da maestro, trasformando in due battute quella che è partita nel 1985 come sindrome – poi diventata semplice alienazione parentale in quanto indimostrabile e rifiutata dalla comunità scientifica – a semplici condotte comportamentali che possiamo chiamare come ci pare: una cosa vaga su cui lui e i suoi amici manderebbero la gente in galera, in quanto valutata come vera violenza a differenza di quella denunciata dalle donne che invece sarebbero tutte false accuse.

Un leitmotiv confermato da Vincenzo Spavone, presidente della GESEF – una delle prime associazioni di padri separati – che nell’inchiesta di Bosetti nega il femminicidio e dichiara apertamente che la violenza domestica “ha le chiavi di casa e porta i tacchi a spillo”: gravissime affermazioni (contestate anche nel video) in netto contrasto con i dati Istat e con le indagini della Nazioni Uniti che, tra l’altro, hanno già criticato e chiesto chiarimenti all’Italia sul DDL Pillon per le possibili violazioni dei principi sottoscritti dall’Italia in diverse convenzioni internazionali sui diritti umani. Ma chi sono veramente gli estensori di questa proposta di legge e le associazioni che cercano di far diventare legge l’alienazione parentale, che tra tutti i punti del DDL 735 è quello a cui mirano in maniera inesorabile da anni? E quale legame hanno queste persone con chi ha usato in Italia la Pas per scagionare uomini accusati di pedofilia? E cosa si cela dietro l’attacco all’autodeterminazione delle donne a partire dalla costrizione a procreare fino alla sottomissione totale in una famiglia dove il capo è inequivocabilmente il maschio e i figli sono di sua proprietà? E che legame c’è tra il sovranismo e l’attacco ai diritti delle donne? Per approfondire queste domande, rimando alla mia inchiesta su Micromega uscita nel mese di Novembre.

lunedì 3 dicembre 2018

Infanzia: Artemisia, il maltrattamento di Stato rende invisibili i minori 


In questo 20 Novembre 2018, Giornata Internazionale che celebra i Diritti delle bambine e dei bambini, vogliamo provare a riflettere sul lavoro che svolgiamo da 25 anni accanto a donne, bambine e bambini, ragazze e ragazzi vittime di violenza intrafamiliare e ad adulti vittime di violenze durante l’infanzia o l’adolescenza. Vogliamo riconoscere come troppo spesso questo lavoro prenda la forma di uno slalom tra le follie istituzionali e ingiustizie compulsive che costituiscono forme di vero maltrattamento istituzionale quando lo Stato, che interviene (o tarda a intervenire) a proteggere, finisce per danneggiare ancora una volta. Come il persecutore fa con la sua vittima, l’Istituzione nel maltrattamento Istituzionale conferma la sensazione delle vittime, in particolare i minorenni, di essere trasparenti e invisibili.

Le scorse settimane ci hanno visto in piazza insieme alle tante donne e ai tanti uomini che ritengono il Ddl Pillon, documento indegno di un paese civile e gravemente lesivo dei diritti di donne, bambini e uomini perbene. Le norme proposte violano la Convenzione sui Diritti del Fanciullo ratificata dal nostro paese sin dal 1991 perché negano di fatto il diritto di ogni bambino a essere protetto da ogni forma di violenza, allorché, ad esempio, il Ddl modifica il significato del reato di maltrattamenti familiari rendendo quasi impossibile dimostrare la natura continuativa dello stesso e impone indiscriminatamente la mediazione a tutte le coppie in separazione senza tenere conto dell’inappropriatezza dello strumento nelle situazioni caratterizzate da violenza domestica, come sancito peraltro dalla convenzione di Istanbul, anche questa ratificata dall’Italia. Un Ddl che annienta il diritto del bambino ad essere ascoltato quando fa riferimento a quelle situazioni in cui il figlio manifesta il rifiuto di vedere un genitore, le legge in automatico come il frutto di una manipolazione da parte dell’altro genitore per il quale prevede sanzioni senza appello, “pur in assenza di evidenti condotte”. E nel farci parte delle celebrazioni per la giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, vogliamo ricordare i tanti bambini uccisi con le loro madri o orfani di femminicidio. Ogni omicidio testimonia la debolezza della rete formale di aiuto, lo scarso sostegno che le donne ricevono nel loro ambiente di vita e anche da parte dei servizi, l’incapacità a rilevare tempestivamente i segnali della violenza domestica nei comportamenti dei bambini, e a intervenire correttamente per proteggere.



Vogliamo ricordare le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi vittime di violenza sessuale, che ancora oggi devono attraversare le forche caudine di procedure e procedimenti ben poco adatti a loro e nei quali sono esposti ad ascolti ripetuti, alla lunghezza dei procedimenti e alla difficoltà di poter avere accesso a cure psicologiche per provare ad avviare la rielaborazione del trauma. Il nostro impegno ci porta da sempre anche ad affiancare adulti sopravvissuti a gravi e prolungate violenze durante l’infanzia e l’adolescenza: un lavoro importante che ci aiuta a vedere gli esiti a lungo termine dei traumi infantili e a migliorare gli interventi diretti con i bambini/e.



Vogliamo oggi ricordare l’incontro con quei bambini e quelle bambine, oggi adulti, collocati e abbandonati dentro la setta Forteto proprio da quelle Istituzioni che erano intervenute a proteggerli. Questo incontro ci ha consentito di essere testimoni privilegiate di incredibili forme di resilienza individuale e ci richiama con forza tutti a riconoscere le molte e diverse responsabilità. Al suo interno il sistema della setta ha prodotto un’ampia e complessa gamma di ruoli per gli adulti che ne furono coinvolti: molti di coloro che contribuirono a costruire quel sistema, ne fecero parte e vi collusero attivamente, oggi hanno aperto gli occhi e hanno iniziato a riconoscere il loro errore, le loro responsabilità e a prendere le distanze; altri invece ancora oggi non hanno preso le distanze dalle dinamiche coercitive e di manipolazione, oltre che di maltrattamenti e abusi, che hanno caratterizzato la setta fin dal suo inizio. All’esterno, come abbiamo detto e scritto tante volte, la vicenda de Il Forteto si costruisce su un cumulo di complicità, connivenze e menzogne, che in parte persistono anche oggi, e sulle quali il sistema delle Istituzioni e dei Servizi dovrebbe ancora interrogarsi, per assumersi adeguatamente le proprie responsabilità. Rimangono poi i silenti, quei tanti soggetti che furono attivamente complici, ma sono rimasti nell’ombra e, in assenza di elaborazione consapevole, potrebbero essere ad alto rischio di commettere ancora maltrattamento istituzionale e compiere i medesimi errori professionali e umani con i bambini con i quali ancora oggi lavorano.

lunedì 15 ottobre 2018

#FermatePillon: perchè le avvocate del CAV dicono NO!



Le avvocate del Centro Antiviolenza Donne Insieme Valdelsa esprimono profonda preoccupazione per il progetto di riforma del diritto di famiglia, che ove approvato impedirebbe una tutela effettiva per le donne e i minori vittime di violenza nei procedimenti civili di separazione, divorzio e affidamento della prole e vanificherebbe gli sforzi fino ad oggi da noi posti in essere per contrastare la piaga sociale della violenza domestica sul nostro territorio.

Cosa prevede il DDL Pillon, un disegno di Legge in nome della 'bigenitorialità' 


1.Mediazione civile obbligatoria a pagamento. Se i figli sono minorenni obbligatorietà anche nei casi di separazione consensuale.

NOI AVVOCATE DICIAMO NO PERCHE' è incostituzionale ai sensi dell'art. 117 Costituzione perchè in palese contrasto con l' art. 48 della Convenzione di Istanbul, (già Legge dello Stato italiano con Legge di Conversione n. del 27 giugno 2013) che vieta la mediazione nei casi di violenza domestica.

2. Imposizione di tempi paritari. I figli devono trascorrere tempi paritari con i genitori, dividendosi a metà e facendo avanti e indietro fra due case.

NOI AVVOCATE DICIAMO NO PERCHE' è incostituzionale ai sensi dell'art. 117 Costituzione perchè in palese contrasto con la convenzione di New York sui diritti del fanciullo (già Legge dello Stato italiano con Legge di Conversione n.176 del 27 maggio 1991) che pone al centro della contesa tra adulti l’interesse e il benessere del minore.

3.Mantenimento diretto

NOI AVVOCATE DICIAMO NO PERCHE' ignora il persistente squilibrio di potere e di accesso alle risorse dando per scontate disponibilità economiche molto spesso impossibili da garantire per le donne in un paese con elevatissimi tassi di disoccupazione femminile, dove è ancora presente il gap salariale, che continua ad espellere dal mercato del lavoro le madri, ne penalizza la carriera e garantisce sempre meno servizi in grado di conciliare le scelte genitoriali con quelle professionali, mentre scarica i crescenti tagli al welfare sulle donne schiacciate dai compiti di cura.

4. Nessuna tutela contro la violenza domestica. Il rifiuto di un/una figlio/a di voler vedere uno dei due genitori (solitamente il padre) viene considerato effetto di "alienazione parentale" posta in essere da parte dell'altro genitore(di solito la madre) che può essere punito per questo.

NOI AVVOCATE DICIAMO NO PERCHE' rischia di nuocere alle donne vittime di violenza che hanno l'intento di proteggere i figli dal padre maltrattante e abusante. Disincentiva l'emersione della violenza domestica

5.Chi resta nella casa familiare paga un affitto all'altro coniuge 

NOI AVVOCATE DICIAMO NO PERCHE' penalizza il coniuge che non dispone di entrate economiche adeguate, di solito la moglie.

6.Non è più reato sottrarsi agli obblighi economici verso i figli 

NOI AVVOCATE DICIAMO NO PERCHE' non tutela il minore e i suoi bisogni materiali, incentivando condotte contrarie al suo interesse.

mercoledì 4 luglio 2018

Piccole cose di valore non quantificabile 


Ha ormai qualche anno questo cortometraggio scritto e diretto da Paolo Genovese e Luca Miniero, e negli anni ha raccontato a moltissime persone la violenza e le conseguenze intangibili sull'anima delle vittime. Ve lo riproponiamo per riflettere nuovamente insieme, per parlarne senza paura, per entrare in punta di piedi negli angoli bui di chi è imprigionata nel circolo della violenza. Ma soprattutto per ricordarvi che così come un brigadiere una notte ha sottratto al silenzio il dolore interminabile di una donna, noi ci siamo per uscire insieme dalla violenza ogni giorno.


 "Una notte, in una stazione dei carabinieri, un brigadiere raccoglie l'insolita denuncia di una ragazza a cui hanno rubato i sogni..."  


mercoledì 20 giugno 2018

TOH! AL G7 HANNO PARLATO ANCHE DI DONNE, NON SOLO DI DAZI. QUALCUNO LO SAPEVA? 

di Giovanna Badalassi (www.ladynomics.it

Dunque. Me ne stavo gironzolando per il web quando sono inciampata nel sito del G7 del Canada. Sì, proprio quel G7 dove hanno litigato sui dazi, ben rappresentato dalla foto con la Merkel con le mani sul tavolo, Trump seduto e gli altri intorno con sguardo truce. Non è andata benissimo, come hanno detto tutti i giornali, ma ci sta, è un periodo di grandi cambiamenti e di riequilibri mondiali, non siamo sorprese. Quello che invece ci ha colte alla sprovvista è che al G7 non si è parlato solo di dazi e di massimi sistemi economici ma anche di donne (!), addirittura nel panel di apertura alla presenza di tutti i leader del G7. Sarebbe stato forse il caso di parlarne anche nei giornali? Pare di no.
By Mutxamel - Own work, Public Domain, commons.wikimedia.org


Sui giornali nazionali questa notizia non è passata, o almeno io non me ne sono proprio accorta. C’è stato giusto un tenue riferimento della Repubblica per sottolineare lo sgarbo di Trump che è arrivato in ritardo all’incontro “sulle donne”. Altra storia il New York Times, che ha aperto su questa notizia la prima pagina dell’edizione domenicale, o il Guardian, ad esempio Proviamo allora a recuperare noi qui in extremis. La cosa pare sia andata così. Justin Trudeau, il premier del Canada attentissimo alle diversità di ogni tipo (basta guardare a come è composto il suo Governo), è un femminista dichiarato senza vergogna. Uno che, sulla scia di Obama va in giro al World Economic Forum e in molti altri consessi nazionali e internazionali a dire che gli uomini devono essere femministi.

Trudeau, per rimanere sul tema e quasi fiutando il sorpasso in curva dello sconvolgente governo spagnolo con 11 ministre donne e 6 uomini, ha pensato bene di nominare per il G7 un Gender Equality Advisory Council con il compito “di trattare le questioni in agenda in modo trasversale, assicurando una costante tutela del principio di uguaglianza gender e di empowerment delle donne durante tutte le attività e gli incontri tra i leader e tra i ministri partecipanti”. Il Consiglio ha avuto il compito di proporre azioni concrete per promuovere l’emancipazione femminile e si è avvalso della membership di donne che, da sempre, lavorano per eguali diritti civili, sociali e professionali.

E’ composto da 21 donne che hanno un CV di massimo rispetto a livello mondiale, tra le più conosciute, ad esempio, Christine LaGarde del FMI, Malala, Melinda Gates (che ne è la presidente assieme all’ambasciatrice del Canada, Isabelle Hudn ), Winnie Byanyima, di Oxfam International e, udite udite, pure la nostra Emma Bonino. Il lavoro del Consiglio, del quale si è discusso durante il G7, è stato raccolto in un report con tutte le raccomandazioni (trovate qui la pubblicazione) che meritano una lettura. Ora, ok. Mi direte che è un report barboso e che alla fine si parla dei massimi sistemi. Effettivamente sono livelli così alti che si fa fatica a comprenderne l’impatto sulle nostre vite.

Ma abbiate fede. La ricaduta di questi documenti la vedremo tra qualche anno, quando ci saremo già scordate che il cambiamento è partito anche da qui, e, tra l'altro, promette di continuare: Macron, che non vuole essere da meno di Trudeau, ha infatti già detto che il Gender Equality Advisory Council proseguirà i suoi lavori anche al prossimo G7 di Biarritz sotto la presidenza francese. Nell’immediato bisogna, intanto, cogliere questo evento nella pienezza del suo valore simbolico. Il G7 è il punto di massima esposizione delle potenze mondiali, l’apoteosi del capitalismo, la celebrazione delle economie occidentali e dei loro rapporti di forza. Inaugurare i lavori con un panel dedicato alla Gender Equality è già di per sé stesso un risultato enorme.

E’ come se Confindustria o la Banca d’Italia aprissero le loro convention annuali parlando di donne e di parità di genere. Non so se mi spiego. E’ insomma una bella cosa, che ci fa capire come a livello mondiale l’”agenda” delle donne e la parità di genere si stiano imponendo come leva di crescita e di sviluppo in tutte le economie più avanzate. E non vorrei svilire la questione usando un termine social troppo inflazionato, ma il tema della Gender Equality sta diventando un “trend topic”.

Da Metoo partito dagli USA al governo spagnolo fino a questo evento del G7 sono sempre più numerosi i segnali di una cultura progressista che a livello mondiale sta trovando nelle donne e nella parità di genere la sua chiave di rigenerazione, di rinnovamento e perché no, anche di rappresentanza. Una tendenza, questa, di un nuovo femminismo 4.0 favorevole all’apertura, alla diversità e alla crescita del gender empowerment, che si pone in aperta opposizione e totale contrasto all’altra forza mondiale, anch'essa "trend topic", quella conservatrice, populista e protezionista e, consentitemelo, maschilista, ben rappresentata dall’amministrazione Trump, da Brexit e, tanto per non farci mancare nulla, dal nostro nuovo governo.

Certo, come sappiamo la strada è ben lunga, ci vogliono ancora 100 anni per la parità a livello mondiale, come dice il Global Gender Gap Report 2017, ma avvenimenti come questo fanno ben sperare. E l’Italia? Raggiungerà la parità tra 118 anni, dice sempre il Global Gender Gap Report. Sarà forse il caso di cominciare anche noi a seguire timidamente e senza troppa fretta la direzione della storia che stanno prendendo gli altri paesi occidentali? Magari parlarne un po’ di più, almeno? Eh?